Recensioni
Intervista a Michela Fontana, autrice del libro Matteo Ricci. Un gesuita alla corte dei Ming
(Giovedì 5 Maggio 2005)
Come
mai la scelta di parlare della figura di Matteo Ricci, un gesuita italiano,
ma anche un matematico e uno scienziato, vissuto in Cina per gran parte
della sua vita?
Determinante è stata la mia permanenza a Pechino durante gli ultimi quattro
anni. Ben presto mi sono resa conto di quanto Matteo Ricci (1552 – 1610)
fosse conosciuto in Cina e poco conosciuto in Italia. Io stessa fino ad
allora ne avevo a mala pena sentito parlare, ma quando si è in Cina si capisce
l’importanza che ha avuto in quelle terre un uomo come Ricci: egli costituisce
proprio il simbolo dello scambio a ottimo livello, di parità e rispetto
reciproco fra due culture.
Da qui quindi l’idea di una biografia?
In realtà ero partita con l’intenzione di scrivere un libro molto più breve,
dedicato esclusivamente alla sua opera di traduzione in cinese di testi
scientifici europei. Poi però la casa editrice mi propose di realizzare
una biografia; la cosa aveva cominciato a interessarmi molto, così ho inserito
questa piccola ricerca sull’attività scientifica di Ricci all’interno di
una biografia completa e articolata.
Nel suo libro Matteo Ricci afferma: “… se il mondo fosse confinato alla
Cina io sarei il più grande saggio…”. La sensazione che ci lascia è che
all’epoca dei Ming la Cina si trovasse in una situazione di grande arretratezza
culturale scientifica. Era davvero così?
Innanzi tutto vorrei sottolineare come Ricci fosse sicuramente un uomo di
grande cultura. Aveva portato avanti i suoi studi all’interno del Collegio
Romano dei gesuiti e faceva quindi parte di una élite culturale all’interno
della Chiesa stessa. Inoltre, proprio in quel periodo, al Collegio Romano
insegnava Cristoforo Clavio, matematico di riconosciuto valore che intratteneva
intensi contatti epistolari con i maggiori scienziati dell’epoca, tra cui
Galileo Galilei, e che aveva insistito per inserire molta matematica nei
programmi di studio dei gesuiti. Insomma, Matteo Ricci si era trovato a
studiare in una realtà molto stimolante e decisamente all’avanguardia per
il tempo e in un momento in cui la matematica aveva cominciato ad affermarsi
in modo trionfale nel mondo della scienza. Egli non poteva non risentire
di questa atmosfera culturalmente tanto vivace. E fu con questo spirito
che fece il suo ingresso nel mondo e nella cultura orientale cinese, credendo
di possedere una conoscenza scientifica di gran lunga superiore a quella
degli scienziati e degli intellettuali dell’impero orientale. In questo
senso peccava di presunzione, in quanto se è vero che in epoca Ming gli
studi matematici, astronomici e scientifici in generale (allora non esisteva
una netta distinzione tra le diverse discipline, lo studio della natura
era mescolato a quello delle altre discipline cosiddette scientifiche) erano
in fase di declino, non dobbiamo dimenticarci che parecchi anni - anzi parecchi
secoli - prima la scienza cinese era molto avanti, anche più di quella europea,
sia in campo astronomico sia in ambito matematico (basti pensare, per esempio,
agli studi di algebra del periodo mongolo, a cavallo tra il 1000 e il 1100,
di interesse decisamente superiore a quelli europei coevi). Ricci però questo
non lo sapeva e, nell’impatto con una cultura così diversa, si fermò alla
superficie.
Ma non dobbiamo dimenticarci che Ricci era soprattutto un missionario…
Esattamente. Nella sua opera di evangelizzazione della classe dirigente
locale, egli costruì una vera e propria strategia in cui l’uso delle conoscenze
scientifiche dell’Occidente divenne strumento per guadagnare un grande prestigio
personale a partire dal quale fosse poi possibile proporre la conversione
alla religione cattolica. “Se le mie conoscenze sono superiori, allora
anche la dottrina religiosa che io propongo è superiore”, questo era
il suo ragionamento. Egli stesso, cioè, ammetteva di usare la scienza come
un’esca per pescare discepoli.
Del resto, per i gesuiti e la Chiesa dell’epoca la matematica era anche
un modo per arrivare alla teologia. Allora infatti si pensava che Dio fosse
il matematico supremo, Colui che aveva disegnato le leggi stesse della natura.
Ricci era convinto che se avesse insegnato la matematica ai Cinesi avrebbe
insegnato loro a ragionare come lui, secondo la logica aristotelica, e avrebbe
dato loro anche uno strumento per poter arrivare a comprendere razionalmente
l’esistenza di Dio, del Dio cristiano.
Ma quale era allora questa scienza che Ricci usava “come esca per pescare
discepoli”?
In un settore i Cinesi erano certamente poco avanti negli studi: nelle previsioni
astronomiche e nella formulazione di un calendario. Le tavole astronomiche
di cui disponevano all’epoca erano decisamente superate e quindi portavano
a sbagli clamorosi, ad esempio nelle previsioni delle eclissi di sole e
di luna. Per i Cinesi, avere un calendario corretto e rigoroso era fondamentale
per l’organizzazione economica e sociale di tutto l’impero (ogni anno si
faceva un nuovo calendario - con le previsioni astronomiche - che veniva
diffuso in tutto il Paese). Ricci comprese immediatamente di saper fare
previsioni molto più precise e capì che, se fosse riuscito a correggere
il calendario, avrebbe acquistato un prestigio enorme, che gli avrebbe permesso
di intraprendere la sua opera di evangelizzazione con grande credibilità.
Tuttavia non riuscì a portare a termine questa sua impresa e saranno i gesuiti
che si recheranno in Cina dopo di lui a correggere in realtà il calendario.
Possiamo dire quindi che Ricci utilizza la matematica, una matematica
anche di alto livello per i tempi, per avvicinare i Cinesi, per avere la
loro stima. Oggi in Italia sembra di trovarsi di fronte alla situazione
opposta: con la matematica, soprattutto quella di alto livello, si rischia
di allontanare le persone. Questo sembra essere il maggior problema che
si trovano ad affrontare quotidianamente i divulgatori e gli insegnanti
di matematica, sempre alla ricerca di mezzi accattivanti per avvicinare
il pubblico (studenti e non) a questa disciplina. Che cosa ne pensa? Secondo
lei come si potrebbe superare oggi questo ostacolo?
Il periodo in cui Ricci vive è un’epoca storica molto particolare, difficilmente
confrontabile con quella di oggi. Ricci, che era a contatto soprattutto
con i letterati cinesi, uomini colti che avevano passato tutta la vita a
studiare, riusciva ad incuriosirli innanzitutto traducendo e diffondendo
testi che in Cina non erano mai stati visti prima, facendo in tal modo un’operazione
che oggi non sarebbe utile, perché c’è una circolazione di idee ben diversa.
Teniamo presente, poi, che Ricci era molto avvantaggiato dallo straordinario
valore politico che aveva il calendario nel mondo cinese. L’imperatore aveva
bisogno di un buon calendario per mantenere saldo il suo potere. Se il calendario
era ben fatto l’imperatore sapeva prevedere i voleri del cielo, facendo
da mediatore tra il cielo e la terra. Insomma per i Cinesi era fondamentale
avere un calendario efficace e Ricci li aveva convinti che la matematica
era alla base degli studi necessari al lavoro degli astronomi al servizio
dell’imperatore. Noi oggi in Europa non abbiamo nulla di paragonabile: per
alcuni la matematica non serve affatto, oppure, se serve, non è necessario
interessarsene troppo, tanto ci sono gli specialisti che se ne occupano.
E la forte specializzazione degli studi non è certo un aiuto a superare
tutto questo.
Eppure,
nel suo libro Percorsi Calcolati, di recente ristampato, emerge forte
l’idea che la matematica permea tutti i settori della scienza, dalla fisica
alla biologia, dall’informatica all’ingegneria genetica, alle biotecnologie.
Ma sembra come se le persone non ne abbiano consapevolezza…
No, infatti il libro era stato scritto proprio a questo scopo: stimolare
la gente a guardare cosa dicono gli scienziati sulla matematica. Quando
scrivevo articoli di matematica, negli anni ’80, passavo più che altro il
tempo ad intervistare fisici, genetisti, ecc. scoprendo come molti di loro
avessero dovuto necessariamente studiare la matematica per portare avanti
il loro lavoro. Ho voluto raccontarlo proprio per far notare l’importanza
che la matematica ha in ogni campo della scienza moderna. Non è semplice,
però, far passare questo discorso al pubblico e tanto meno ai giovani che
vogliono iscriversi all’università.
Quando ho incominciato a scrivere il libro sapevo che volevo scrivere un
libro sulla matematica, materia che avevo anche odiato, ma sostanzialmente
amato e apprezzato durante la mia giovinezza. Non una matematica qualsiasi
però. Io non mi sono mai divertita con la matematica dei giochi, sebbene
abbia piacere di leggere libri che trattano questi argomenti e sia consapevole
del fatto che testi di questo genere hanno un loro pubblico fedele. Per
me, però, quella non è la matematica motore della scienza. Ed è per questo
che ho finito per scrivere un libro come Percorsi calcolati, dove
parlo della matematica dentro le altre scienze; non per sminuirla, ma per
valorizzarla. Perché quello che vorrei far capire ai giovani è che la matematica
va studiata, come la storia, la filosofia, l’ingegneria ecc., in quanto
fa parte della cultura ed è un motore straordinario del progresso. Io credo
fermamente che si possa parlare di matematica facendo cultura.
Quali sono, secondo lei, le difficoltà a comunicare la scienza? Che
cosa dovrebbe fare un bravo comunicatore?
Secondo me, dipende molto dal divulgatore stesso: se è un esperto del settore,
un matematico per esempio, allora dovrebbe riuscire a sollevarsi dal suo
ruolo di specialista, di tecnico della materia, abbandonare alcuni aspetti
tipici del linguaggio tecnico e capire qual è il livello del pubblico a
cui si sta rivolgendo. Ho sempre sostenuto che fare divulgazione sia trasmettere
il senso della ricerca, della tematica di cui si sta parlando senza entrare
troppo nel dettaglio. L’abilità del divulgatore sta nel capire quanti dettagli
può dare e quanti deve togliere, e quelli che dà devono essere rigorosi.
Chiunque, anche il più grande specialista, deve leggere un articolo di divulgazione
e non trovare errori clamorosi, ma nemmeno errori sottili. Naturalmente
a nessuno è permesso dire una castroneria, qualsiasi sia la scienza che
sta divulgando. Certamente chi scrive un articolo di matematica e non è
un matematico rischia molto di più. Per esempio, ci sono dei limiti oggettivi
della divulgazione fatta da chi non è uno specialista della materia: certo
ci si può informare, ma in poco tempo non ci si può creare una competenza
sufficiente a capire le sfumature. I giornalisti di mestiere fanno i giornalisti
e non possono essere degli esperti, anche se devo riconoscere con piacere
che di recente stanno aumentando i comunicatori scientifici laureati in
discipline scientifiche.
Ci sono quindi, secondo me, due livelli: il livello della persona esperta
che fa divulgazione, che deve scegliere il linguaggio e i termini adatti
alla situazione, e il livello del non esperto, che deve essere sufficientemente
sensibile da rimanere su un piano in cui è sicuro di non commettere errori.
Oggi notiamo che il mondo della divulgazione, scientifica e matematica,
e il mondo della scuola (e dell’istruzione in generale) sono su due piani
paralleli e molto spesso fanno fatica a comunicare tra loro. Ci chiediamo
se sia possibile invece legare queste due realtà.
Secondo me, quando si insegna la matematica per necessità non ci si può
allontanare dall’argomento (se dobbiamo insegnare la trigonometria, quella
dobbiamo fare), ma si potrebbe per esempio abbinarlo a notizie storiche.
Ho sempre avvertito questo limite, specialmente quando andavo all’università:
mai nessuno mi ha detto a cosa servisse ciò che stavamo studiando e quale
fosse la storia dei concetti e delle scoperte matematiche che dovevamo imparare.
Per esempio, durante i miei studi mi è capitato di dover fare un esame sui
tensori. Quando poi ho scoperto che si trattava di un argomento determinante
per le scoperte di Einstein mi sono molto arrabbiata. Perché non dirlo agli
studenti? Mi avrebbe dato una motivazione in più per studiare. Per non parlare
dei teoremi di algebra. Io la adoravo, ma, studiati così, i teoremi mi davano
l’emozione che può dare l’elenco del telefono; invece, arricchiti con la
loro storia o con le loro applicazioni, o con gli sviluppi che hanno apportato
al resto della matematica nel corso dei secoli, chissà, forse mi avrebbero
addirittura spinto a fare la ricercatrice. La storia dell’evoluzione della
matematica e delle sue risposte al mondo esterno usata non solo come curiosità
o integrazione in fondo alla lezione… se avanza tempo, ma “mescolata” con
l’argomento da trattare per avvicinarlo all’esperienza e alle competenze
del pubblico può rivelarsi uno strumento fondamentale e particolarmente
efficace.
I RECENSORI
Barbara Amorese, studentessa del Master in Comunicazione Scientifica dell'Università degli Studi di Milano.
Ombretta Locatelli, laureata in matematica presso l’Università degli Studi di Milano. Attualmente iscritta presso SILSIS-MI, Scuola Interuniversitaria Lombarda di Specializzazione per l'Insegnamento Secondario, Sezione di Milano.